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| Alan Greenspan |
Il piano poteva funzionare, se non fosse che dava per scontato che l'economia statunitense avrebbe continuato a crescere a buoni livelli. Non solo: forse alla Federal Reserve pensavano che ci sarebbe voluto meno tempo o magari non pensavano che l'euro si sarebbe dimostrato così forte e stabile; fatto sta che l'eccessiva svalutazione del biglietto verde stava lentamente minando dall'interno l'economia americana. Il resto del mondo poi non poteva certo rimanere a guardare.
A fine 2006, prima l'Iran (convertendo in euro le attività denominate in dollari detenute all'estero e rimpiazzando la divisa Usa con quella europea nelle transazioni internazionali) e poi il Venezuela (dirottando gli investimenti dei profitti del petrolio sull'euro) hanno iniziato a svincolarsi dal dollaro.
A metà del 2007 il Kuwait ha deciso di sganciare la propria valuta dal biglietto verde e, per finire, pochi giorni fa è nata una nuova borsa del petrolio alternativa nell'isola di Kish. L'Iranian International Petroleum Exchange (questo il nome) non è vincolato a nessuna moneta, anche se, con ogni probabilità, la valuta più presente sarà l'euro.
Ma la debolezza della moneta statunitense è solo metà del problema. Un'altra causa importante è stata la crisi dei mutui subprime. Molte banche (e molti speculatori) si sono ritrovati con perdite importanti dovute al vertiginoso aumento del tasso di insolvenza dei contraenti.
Gli speculatori, per rientrare dei soldi bruciati con i mutui subprime, si sono buttati sull'unica cosa che non poteva tradirli: le materie prime. Così si spiegano anche i prezzi stratosferici raggiunti del petrolio e l'aumento del costo del grano.
Adesso negli Stati Uniti (e non solo) si comincia a parlare apertamente di recessione. Al momento, forse per scaramanzia, nessuno si è spinto a paragonarla a quella del '29 ma più di qualcuno si sarà senz'altro sentito ripiombare negli anni '70 della crisi energetica.

